La luce filtrava dalle tende, cercando di sfuggire alla prigionia di quelle quattro mura. All'interno della stanza, chino sul suo pianoforte, il musicista sembrava come assorto, lo sguardo fisso verso il nulla, le dita che ritmicamente battevano nel vuoto, come in cerca di un'ispirazione.
Ogni tanto, mani confuse premevano i tasti - un'alchimia sconosciuta ai più regolava la posizione al suono, alla immota e quasi fredda perfezione di si bemolle, la, fa diesis e via dicendo. Ogni pressione, ogni singolo rumore, riecheggiava nell'ambiente per qualche secondo, per poi disperdersi: solo alcune di queste note venivano catturate, prese dall'artista e immortalate come puntini lungo linee prestampate. La stragrande maggioranza delle note veniva tuttavia scartata - il suono poteva essere troppo grave, troppo acuto, o più semplicemente non poteva rispecchiare l'armonia che sarebbe dovuta emergere dalla composizione.
Gli occhi del pianista guizzavano qua e là, senza focalizzarsi mai su qualcosa di preciso. Per lui quel gesto era quasi naturale: era come se l'ispirazione fosse lì, come se potesse quasi seguirla con gli occhi, tra le tazze di tè ancora sporche poggiate sulla scrivania, oppure tra i piatti ancora da lavare dimenticati su qualche tavolino.
Niente da fare. Quella sera l'ispirazione non c'era. Ogni nota sembrava disarmonica, come il frastuono di un tir in un'orchestra; ogni volta che la mano colpiva la tastiera, lo faceva con più violenza, come se potesse scaricare la rabbia contro quell'oggetto.
Lo sapeva, l'aveva sempre saputo, che ci sono momenti no, momenti in cui, per quanto potesse essere bravo nel suo campo, nessun artista poteva trovare il modo di continuare. Sentì una fitta al petto. Dov'era finita la gioia di inseguire quella effimera idea? Dov'era quella follia di poco prima? La spensieratezza, la voglia solo di seguire il proprio stimolo? Nulla - attorno a lui solo il vuoto, il silenzio delle ultime eco che si spegnevano qua e là.
Si fece forza di nuovo. Doveva continuare - Guccini diceva che "se son d'umore nero allora scrivo, frugando dentro alle nostre miserie": se non altro per "affinità" intellettuale fra artisti, doveva farlo. Sentiva che le note suonavano male quella sera - come se non ce ne fossero per esprimere i propri sentimenti, come se non esistessero parole per afferrare i suoi più astrusi pensieri. Ma sentiva anche che la musica avrebbe avuto la solita funzione di catarsi, di liberazione di un peso.
"I am the play-write and You are my Crown, make me cry for your love like you've done many times, so I know I can't write these Storylines without you, Lady Pain.."
Sapeva che per gli ascoltatori sarebbe stato difficile capire il perchè di quella musica così cupa, così pesante, quasi funerea - d'altronde, proprio del funerale della sua anima si trattava.
Sapeva che ci sarebbero mille e ancora mille piccoli momenti di gioia per ritrovare quel sorriso: la felicità è fatta di poche cose, di tramonti, di sorrisi, di notti di pioggia passate a guardare le stelle, di ginocchia sbucciate, di sabbia tra le dita, di parole non pensate ma dette col cuore.
Sapeva che quella sera, a differenza di tante altre, non ci sarebbero stati sogni per lui - solo il buio della notte e il suo freddo, austero silenzio.
Ogni tanto, mani confuse premevano i tasti - un'alchimia sconosciuta ai più regolava la posizione al suono, alla immota e quasi fredda perfezione di si bemolle, la, fa diesis e via dicendo. Ogni pressione, ogni singolo rumore, riecheggiava nell'ambiente per qualche secondo, per poi disperdersi: solo alcune di queste note venivano catturate, prese dall'artista e immortalate come puntini lungo linee prestampate. La stragrande maggioranza delle note veniva tuttavia scartata - il suono poteva essere troppo grave, troppo acuto, o più semplicemente non poteva rispecchiare l'armonia che sarebbe dovuta emergere dalla composizione.
Gli occhi del pianista guizzavano qua e là, senza focalizzarsi mai su qualcosa di preciso. Per lui quel gesto era quasi naturale: era come se l'ispirazione fosse lì, come se potesse quasi seguirla con gli occhi, tra le tazze di tè ancora sporche poggiate sulla scrivania, oppure tra i piatti ancora da lavare dimenticati su qualche tavolino.
Niente da fare. Quella sera l'ispirazione non c'era. Ogni nota sembrava disarmonica, come il frastuono di un tir in un'orchestra; ogni volta che la mano colpiva la tastiera, lo faceva con più violenza, come se potesse scaricare la rabbia contro quell'oggetto.
Lo sapeva, l'aveva sempre saputo, che ci sono momenti no, momenti in cui, per quanto potesse essere bravo nel suo campo, nessun artista poteva trovare il modo di continuare. Sentì una fitta al petto. Dov'era finita la gioia di inseguire quella effimera idea? Dov'era quella follia di poco prima? La spensieratezza, la voglia solo di seguire il proprio stimolo? Nulla - attorno a lui solo il vuoto, il silenzio delle ultime eco che si spegnevano qua e là.
Si fece forza di nuovo. Doveva continuare - Guccini diceva che "se son d'umore nero allora scrivo, frugando dentro alle nostre miserie": se non altro per "affinità" intellettuale fra artisti, doveva farlo. Sentiva che le note suonavano male quella sera - come se non ce ne fossero per esprimere i propri sentimenti, come se non esistessero parole per afferrare i suoi più astrusi pensieri. Ma sentiva anche che la musica avrebbe avuto la solita funzione di catarsi, di liberazione di un peso.
"I am the play-write and You are my Crown, make me cry for your love like you've done many times, so I know I can't write these Storylines without you, Lady Pain.."
Sapeva che per gli ascoltatori sarebbe stato difficile capire il perchè di quella musica così cupa, così pesante, quasi funerea - d'altronde, proprio del funerale della sua anima si trattava.
Sapeva che ci sarebbero mille e ancora mille piccoli momenti di gioia per ritrovare quel sorriso: la felicità è fatta di poche cose, di tramonti, di sorrisi, di notti di pioggia passate a guardare le stelle, di ginocchia sbucciate, di sabbia tra le dita, di parole non pensate ma dette col cuore.
Sapeva che quella sera, a differenza di tante altre, non ci sarebbero stati sogni per lui - solo il buio della notte e il suo freddo, austero silenzio.
author: Mishra
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